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Salute digitale: un italiano su tre usa i wearable, ma i dati restano inutilizzati per la prevenzione

Secondo un sondaggio di Cerba HealthCare Italia, smartwatch e app sono diventati compagni quotidiani per il fitness, tuttavia manca ancora un ponte clinico tra la misurazione autonoma e il percorso medico strutturato.

Autore: Redazione BitCity

Pubblicato il: 30/03/2026

L'integrazione della tecnologia nella vita privata degli italiani ha segnato un punto di svolta nel monitoraggio del benessere, ma la strada per trasformare questi dati in strumenti di prevenzione clinica è ancora lunga. Secondo l'ultimo sondaggio "Salute misurata e wearable" condotto da Cerba HealthCare Italia su un campione di mille cittadini, il 34,3% della popolazione utilizza regolarmente dispositivi indossabili come smartwatch e smartband. Sebbene tra gli under 35 l'uso sia ormai maggioritario e l'86% degli utilizzatori consulti i propri parametri almeno una volta al giorno, questi strumenti vengono percepiti principalmente come gadget legati allo stile di vita e al fitness piuttosto che come supporti per la tutela della salute a lungo termine.

Il limite principale risiede nella finalità d'uso e nella capacità di interpretazione dei parametri raccolti. Oltre il 64% degli utenti utilizza i dispositivi per restare in forma, mentre meno di un terzo lo fa con l'obiettivo esplicito della prevenzione. Emblematico è il caso del VO₂max, un indicatore fondamentale dell'efficienza cardiorespiratoria monitorato da quasi tutti i dispositivi moderni, ma sconosciuto a oltre il 90% degli intervistati. Marco Daturi, Chief Marketing Officer di Cerba HealthCare, sottolinea come sia necessario un profondo cambio culturale affinché il paziente smetta di essere un osservatore passivo di numeri e diventi un protagonista consapevole del proprio percorso sanitario, capace di distinguere tra un semplice dato sportivo e un segnale clinico rilevante.

Un altro ostacolo significativo è rappresentato dal divario tra il cittadino e il sistema sanitario. Il sondaggio rivela che il 62,4% di chi raccoglie dati biometrici non li ha mai condivisi con un medico. Inoltre, quando i dispositivi segnalano valori anomali, la reazione prevalente è l'autodiagnosi online: oltre il 73% degli utenti cerca spiegazioni su internet, mentre meno del 18% contatta un professionista. Sergio Carlucci, nutrizionista e genetista di Cerba HealthCare, evidenzia come questa "salute misurata" sia ormai entrata nella quotidianità ma necessiti di una mediazione qualificata per tradurre le informazioni in azioni preventive concrete. Senza questo passaggio, il rischio è che i wearable generino rassicurazioni infondate o ansie immotivate, perdendo l'opportunità di intercettare precocemente segnali legati alla longevità e allo stile di vita.

Il futuro della prevenzione in Italia passa dunque attraverso una maggiore alfabetizzazione dei dati e una migliore integrazione tra tecnologia e medicina territoriale. Se da un lato i produttori di hardware stanno orientando la comunicazione verso funzioni sempre più mediche, dall'altro serve uno sforzo congiunto per creare percorsi in cui il dato digitale diventi parte integrante della cartella clinica. Solo trasformando i wearable da semplici contapassi a sentinelle della salute sarà possibile sfruttare appieno un potenziale che oggi, nonostante la diffusione capillare dei dispositivi, resta in gran parte inespresso a causa della mancanza di una cultura dei dati condivisa tra pazienti e medici.



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